Impianto biogas: Chiediamo che si faccia chiarezza

Di Eleonora Frattolin-10 marzo 2017
 
Il MoVimento 5 Stelle di San Quirino chiede urgentemente un approfondimento in Consiglio comunale e un’assemblea pubblica sull’inquinamento provocato dall’impianto di biogas di San Foca di proprietà della Sito Energy. «In Consiglio dobbiamo andare a fondo su quanto accaduto nel passato e prevedere gli sviluppi futuri, mentre durante l’assemblea – spiega il consigliere comunale del MoVimento 5 Stelle Mauro Rampogna – è urgente fornire ai residenti tutte le informazioni sull’impatto ambientale dell’impianto, nonché garantire che i valori di mercato degli immobili e dei terreni della frazione di San Foca non subiscano una pesante svalutazione a causa della vicinanza alla centrale».

«La giunta di San Quirino sta verificando che Sito Energy rispetti le Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore?» chiede ancora Rampogna -. «Vogliamo inoltre sapere se il Comune abbia concertato con l’Azienda sanitaria la predisposizione dei controlli del particolato (PM10) e del biossido di azoto (NO2). Bisogna ricordare infatti che, in base alle nuove disposizioni europee, l’Italia è sotto procedura di infrazione proprio per il superamento dei valori limite di PM10 e NO2».

«I risultati delle analisi dei fumi della centrale biogas Sito Energy, effettuate il 22 settembre del 2015 su commissione della Procura e del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, dimostrano che l’impianto non era a norma. Al momento delle autorizzazioni l’impianto non rispettava infatti i limiti dettati dal D.lgs 152/2006 – attacca il consigliere comunale del M5S -. Le analisi di Arpa Emilia Romagna evidenziano infatti un anomalo superamento dei limiti di legge durato per ben tre anni e mezzo, fino a quando, il 26 luglio del 2016, Sito Energy alla fine è stata sanzionata e costretta a installare un costoso post-combustore per rientrare nei limiti».
«Cos’ha fatto il Comune di San Quirino per limitare questo inquinamento?» si domanda Rampogna che su questo punto insiste. «L’amministrazione guidata da Giugovaz è in grado di mostrare pubblicamente la richiesta di intervento indirizzata ad Arpa Fvg che ha poi portato ai controlli da parte di Arpa Emilia Romagna nel settembre del 2015? Inoltre – aggiunge il portavoce pentastellato – va spiegato perché, il 16 novembre 2015, Arpa Fvg comunichi al Comune di San Quirino (il 16 novembre del 2015) di aver consegnato alla Procura di Pordenone gli esiti delle analisi e nessuno chieda chiarimenti all’ingegnere Pellizzoni di Arpa Fvg che, su proprio in quel documento, si era reso disponibile a fornire maggiori informazioni. Su tutti questi aspetti e sulle responsabilità va fatta chiarezza una volta per tutte».

«Va ricordato che solo a seguito di una nostra precisa richiesta rivolta ad Arpa Fvg le analisi sono diventate di pubblico dominio – spiega la consigliera regionale del M5S Eleonora Frattolin -. Se fosse stato per i soggetti coinvolti le risultanze dell’inquinamento sarebbero ancora chiuse in qualche cassetto. Intanto continuano ad essere molto forti le preoccupazioni dei cittadini sulla nocività degli impianti di biogas. Allo stesso tempo i sindaci sono quanto meno disorientati dalla normativa regionale del settore. Al momento la decisione sulle autorizzazioni per gli impianti più piccoli è delegata in via esclusiva ai sindaci (quella invece di San Foca è stata autorizzata dalla Conferenza dei servizi), primi cittadini che spesso non hanno le conoscenze e le informazioni sufficienti per valutare l’impatto e le conseguenze sul territorio causate da queste centrali. È sempre più necessario fare un serio approfondimento sulle cosiddette “soglie critiche”. È noto infatti che sotto 1 megawatt non sia necessaria la Valutazione di Impatto Ambientale. Su questo però la politica deve prestare la massima attenzione: un conto sono i piccoli impianti aziendali che riciclano i sottoprodotti e gli scarti aziendali, un altro – conclude Frattolin – sono i megaimpianti che stanno proliferando sotto mentite spoglie».

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Interrogazione per il consiglio comunale

Pubblichiamo il documento consegnato e protocollato oggi 28-02-2017 al Sindaco e Consiglieri. Pubblichiamo anche l’interrogazione che non ha ancora ricevuto risposta dal 17-01-2017! … Invitiamo tutti a leggere ed eventualmente contattarci per maggiori chiarimenti. Attenzione, qui non stiamo più scherzando, è ora che i disinformati si informino e che i superficiali si facciano da parte … è arrivato il momento delle responsabilità! Le regole e le leggi sono uguali per tutti! Ora non ci resta che attendere la RISPOSTA! Contiamo che la lista “Ci siamo con Giugovaz” e tutti i suoi consiglieri, si esprimano e facciano esprimere!. Buona lettura. MauroR.

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Centrali a biomasse: un altro percorso che di sostenibile non ha nulla?

C’è una corsa allo sfruttamento delle centrali a biomassa, che sta imperversando un po’ in tutta Italia; questo incremento è forte del fatto che tali impianti, adatti a produrre energia termica per il riscaldamento ed energia elettrica da immettere nella rete pubblica, gode di particolari incentivi

biomasse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma è necessario chiarire bene il concetto di biomassa; nel nostro Paese non esiste una definizione chiara ed inequivocabile. Troppi materiali, troppe provenienze diverse e troppi i campi di utilizzo,troppe anche le fonti legislative e istituzionali che danno definizioni diverse. Siamo in Italia! Se, però, prendiamo la definizione data dall’attuale legislazione italiana nella quale si dice: «Biomassa=..la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese pesca e acquacoltura, gli sfalci e potature provenienti dal verde pubblico e privato, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani», possiamo dire che in questa definizione si trovano una marea di materiali che con ciò che possiamo definire ‘bio’, hanno davvero poco a che vedere!

Quale biomassa ci troveremo a gestire sui nostri territori?Esiste la biomassa legnosa, data da alberi, colture dedicate o residui delle lavorazioni agricole; ecco, questa fonte di combustibile ha un suo percorso già più sostenibile, se paragonata ad un altro tipo di biomassa, definita tale per decreto ministeriale. Infatti diventa comparata alla biomassa anche il Css (combustibile solido secondario); per decreto, infatti, tale prodotto derivato dai rifiuti diventa “End Of Waste“, cioè fuori dall’elenco dei rifiuti, quindi gestibile come una biomassa combustibile! Parlare di Css, significa fare riferimento a prodotti a matrice plastica, lavorati e miniaturizzati , ma sempre di origine plastica! Se daremo sviluppo ulteriore alla combustione di tali “biomasse per decreto”, ci ritroveremo piccoli inceneritori sparsi sul territorio. È pur vero che, allo stato attuale delle normative vigenti il Css deve essere convogliato in grandi strutture, però le normative si cambiano facilmente; ne sanno qualcosa gli operatori del fotovoltaico, che si sono visti cambiare le regole ben cinque volte (cinque conti energia) in soli due anni e mezzo! Per quanto riguarda la biomassa legnosa, essa vede l’analisi di due correnti di pensiero; da una parte coloro che sostengono la bontà di questi impianti, asserendo che la nuova tipologia di macchinari permette di controllare quasi totalmente le emissioni e di considerare pari a zero il bilancio di CO2 emessa, rispetto a quella incamerata dal legno che si brucia. Dall’altra parte i sostenitori della teoria che, ogni processo di combustione implica l’emissione di Cov (composti organici volatili), di diossine, di metalli pesanti che sono comunque contenuti nel legno e di particolato ultrasottile (nanopolveri), che sono la fonte di maggiori pericoli per gli esseri viventi, in quanto talmente piccoli da legarsi alle molecole, generando forme tumorali. Una centrale che utilizza un processo di combustione, inevitabilmente immette nell’aria particolati pericolosi e CO2; si tratta di capire, però, se la realizzazione di una centrale a servizio pubblico, può far chiudere altre fonti di emissioni, la cui somma è superiore a quella emessa dalla centrale stessa. In questo caso si potrebbe sostenere che la centrale ha un senso di sostenibilità. Diversamente, si aggiunge alla situazione esistente, aggravandola e, quindi, non è compatibile con l’ecosistema che ospita. La verità, quindi, sta nel mezzo delle due visioni.

Nel Trentino, terra ricca di risorse legnose, ci sono alcuni casi particolari, che possono servirci per esempio pratico di non corretto utilizzo delle centrali a biomassa. Vale la pena accennare al comune di Cembra, allocato in una bellissima valle dedita alla coltura di viti pregiate, dove l’amministrazione comunale, abbagliata dal facile guadagno promesso dalla realizzazione di una centrale a biomassa legnosa, ha investito circa 2 milioni di euro; la centrale brucerebbe legna del luogo, producendo acqua calda destinata al riscaldamento di alcuni siti del comune, ma anche e soprattutto energia elettrica da vendere alla rete, incassando quindi gli incentivi. I problemi sono molteplici: il Gse non ha ancora autorizzato la centrale a produrre energia elettrica, quindi da diversi mesi i macchinari, per questa parte di produzione, sono fermi; in estate, dove manderanno l’energia termica, se non v’è nulla da riscaldare ela centrale è sovradimensionata? Inoltre, v’è molta preoccupazione nella popolazione locale, poiché l’amministrazione locale ha improvvidamente dichiarato che dal camino uscirà solovapore acqueo.

Inutile dire che la gente è in subbuglio per le menzogne che le sono state propinate. Intanto la magistratura indagherà sugli investimenti, dato che qualcuno ha ritenuto che siano inutili. La corsa alle centrali a biomassa è partita grazie ad assurdi incentivi sulla produzione elettrica, data da un tipo di macchinario che ha rendimenti disastrosi (al massimo 25%); se non ci fossero gli incentivi, per produrre energia elettrica nessuno azzarderebbe la costruzione di tali impianti. Un’altra volta il nostro Paese ha avviato un percorso che di sostenibile non ha nulla, spacciandolo per fonte rinnovabile e mistificando una realtà che, invece è ben diversa e che, molto spesso, mette a serio rischio la salute pubblica.

Fonte: fattoquotidiano.it

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Acqua, ecco la mappa dell’inquinamento

Elevata criticità in città e a Vito d’Asio, media a Roveredo e Spilimbergo. Anche San Quirino e Cordenons compaiono nell’elenco delle aree coinvolte

di Martina Milia

ORDENONE. Potabile ma non di buona qualità. L’acqua in provincia – ma soprattutto a Pordenone città – non gode di un buono stato di salute.

E a dirlo sono state le stesse società che gestiscono il servizio idrico integrato, nelle relazioni depositate in quarta commissione del consiglio regionale dove si è analizzato il rischio legato alla presenza – registrata ormai un anno fa – di desetildesisopropilatrazina (Dact), composto della degradazione dell’atrazina.

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San Quirino, cambia il consiglio comunale ma non l’atteggiamento della maggioranza sul biogas

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