Il biogas e l’allarme inquinamento L’Arpam: «I nostri fiumi a rischio»

Il direttore Gianni Corvatta: danni ingenti causati dai liquami

FIASTRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di FRANCO VEROLI

(26.10.2013) SAREBBE tutto da rifare, anche se è un’ipotesi difficilmente percorribile. Sta di fatto che le centrali a biogas realizzate nelle Marche e, dunque, anche nella nostra provincia, essendo state avviate sulla base di una legge regionale dichiarata parzialmente illegittima dalla Consulta, che ha esaminato un ricorso del Governo, si trovano nella singolare situazione di esistere, ma senza che sia stata effettuata la valutazione di impatto ambientale (Via). Una Via postuma è percorso generalmente non previsto, dato che si tratta di una valutazione preventiva. Un quadro sconcertante, complicato dal fatto che, nel frattempo sono emersi significativi problemi relativi allo scarico del “digestato”. Abbiamo cercato di capire meglio come stanno le cose, coinvolgendo Gianni Corvatta, direttore della sezione provinciale dell’Arpam, nonché direttore tecnico- scientifico dell’Arpam regionale.

Qual è l’aspetto più rilevante e problematico? 

«E’ quello inerente al fatto che gli impianti sono attualmente sprovvisti della Valutazione di impatto ambientale (Via)».

Sì, ma la legge regionale non la prevedeva… 

«Infatti. Ora, però, è emerso che andava fatta».

E allora? 

«Si dovrà in qualche modo sanare tale situazione attraverso verifiche mirate degli impatti sulle varie componenti ambientali: aria, acqua, suolo».

Ci sono stati sversamenti riconducibili agli scarichi delle centrali. Perché possono essere pericolosi? 

«Il materiale di risulta di una centrale a biogas è il cosiddetto digestato, proveniente da ciò che è stato utilizzato per la produzione del biogas, costituito normalmente da deiezioni animali e scarti vegetali. Questo, se l’utilizzo è regolamentato, può essere usato nella fertirrigazione dei terreni agricoli. A questo proposito, sottolineo che presto la Regione emanerà un apposito regolamento. Se, invece, va a finire nelle acque di un fosso, un torrente o di un fiume, può diventare pericoloso».

Perché? 

«Perché si tratta di un consistente carico organico, che va a sottrarre ossigeno alle acque, con conseguenti morìe di pesce e danni all’ecosistema fluviale e all’ambiente in genere».

Eventi che spesso finiscono davanti al giudice… 

«Ogni volta che accertiamo sversamenti abusivi di questo genere scatta la segnalazione all’autorità giudiziaria, sia da parte di Arpam, che di altre forze preposte all’attività di vigilanza e controllo, quali la polizia provinciale, il Corpo forestale dello Stato o il Nucleo operativo ecologico (Noe) dei carabinieri».

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