Aflatossine e biogas, partiti gli esposti di Terre Nostre Lombardia

Aflatossine cancerogene. I comitati no biogas lombardi  si rivolgono alle procure.  I reati ipotizzati: adulterazione e contraffazione di alimenti in modo pericoloso   alla salute pubblica e commercio di prodotti alimentari pericolosi 

PARTITI GLI ESPOSTI ALLE PROCURE

L’associazione Terre Nostre Lombardia, che raccoglie comitati di diverse provincie della Lombardia e fa riferimento al movimento nazionale dei comitati no biogas no biomasse, ha  presentato una raffica di esposti presso le procure di diverse  regioni nei confronti degli assessori all’agricoltura  delle regioni  Lombardia, Emilia Romagna e Veneto che  hanno redatto e sottoscritto l’accordo di filiera che favoriva l’utilizzo nelle centrali a biogas del mais contaminato con aflatossine e di tutti coloro che vi hanno aderito.

(12.09.14) Nello scorso mese di agosto, Terre Nostre Lombardia ha presentato 26 esposti in altrettante Procure del Nord Italia, nei confronti dei soggetti firmatari e aderenti (circa 100) all’intesa di filiera redatta e sottoscritta dagli assessori delle regioni Lombardia, Emilia Romagna e Veneto nel marzo del 2013, a mezzo della quale veniva favorito e consentito loscambio del mais contaminato dalle aflatossine tra stoccatori/produttori e proprietari/ gestori degli impianti a Biogas non necessariamente ubicati nei territori regionali.
Come è noto, le aflatossine sono micotossine prodotte da specie fungine appartenenti alla classe degli Ascomiceti, sono altamente tossiche e riconosciute tra le sostanze più cancerogene esistenti. La contaminazione può avvenire in campo oppure durante le fasi successive di trasporto, lavorazione e stoccaggio.

Le eccezionali condizioni climatiche dell’estate del 2012, hanno avuto severe conseguenze sulla qualità dei raccolti di mais in molti importanti areali di coltivazioni.  Da fonte ISTAT, risulta che nel 2012, nelle sole regioni della Lombardia, Veneto ed  Emilia Romagna, la produzione di mais è stata di 4.640.000 tonnellate, di cui circa il  60% (2.700.000 tonnellate circa) è risultato contaminato da aflatossine.

Vista la conclamata “emergenza aflatossine” nel mais dei raccolti del 2012, il Ministero della Salute, d’intesa con il Ministero delle Politiche Agricole, giudicando non perseguibili l’adozione di deroghe temporanee ai limiti massime vigenti, ha elaborato e  diffuso (nota 16.1.2013) delle “procedure operative straordinarie per la prevenzione e la gestione del rischio contaminazione da aflatossine nella filiera lattiero-casearia e nella produzione del mais destinato all’alimentazione umana e animale, a seguito di condizioni climatiche estreme”. Tali procedure sono soprattutto rivolte alle autorità di controllo e agli operatori del settore mangimistico ed alimentare e a tutte le aziende che raccolgono, stoccano, essicano il mais, al fine di permettere di ridurre i livelli di aflatossine nel mais, ove possibile, mediante tecniche di pulizia, e al fine di impedire la sua possibile immissione della catena alimentare e mangimistica, in ossequio alla normativa europea.

Nella succitata nota, il Ministero chiarisce che per garantire la tutela della salute pubblica, i prodotti, il cui contenuto di aflatossine superi i rispettivi tenori mas imi stabiliti, non devono essere commercializzati né essere impiegati come ingredienti di altri alimenti o utilizzati nella alimentazione animale, e non possono essere diluiti con mais a minor contaminazione per renderli conformi.

Dalla lettura delle suddette note del Ministero emerge chiaramente l’intento precipuo dello stesso volto alla tutela della salute pubblica attraverso la sottrazione del prodotto contaminato (mais) dalla catena alimentare ciò in conformità ed in ossequio alle norme europee sulla sicurezza alimentare che chiaramente specificano che è necessario considerare tutti gli aspetti della catena di produzione alimentare come un unico processo a partire dalla produzione primaria inclusa, passando per la produzione di mangimi fino alla vendita o erogazione di alimenti al consumatore inclusa, in quanto ciascun elemento di essa presenta un potenziale impatto sulla sicurezza alimentare.

La su esposta normativa, come del resto tutta la legislazione amministrativa, civile e penale, volta a garantire la salute pubblica, è incentrata sul principio della c.d “precauzione”
In presenza di studi scientifici che attestano la estrema tossicità delle aflatossine per la salute pubblica, si impone l’adozione di ogni misura, anche in via precauzionale, volta ad impedire il loro ingresso nella catena alimentare.
La predetta normativa europea definisce alimento (o prodotto alimentare o derrata alimentare): “ qualsiasi sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito o di cui si prevede ragionevolmente che possa essere ingerito da esseri umani sono comprese le bevande, le gomme da masticare e qualsiasi sostanza, compresa l’acqua”. Principio reiteratamente richiamato dalla consolidata giurisprudenza della Cassazione.

È fuor di dubbio dunque che il mais, contaminato o meno, sia un alimento. Anche il Regolamento CE 852/2004, che ha introdotto l’HACCP in agricoltura, prescrive la necessità di garantire la sicurezza degli alimenti lungo tutta la catena alimentare, a cominciare dalla produzione primaria, nonché l’obbligo per gli operatori del settore alimentare di rispettare le pertinenti disposizioni legislative comunitarie e nazionali relative in particolare alle misure di controllo della contaminazione derivante dall’aria, dal suolo, dall’acqua, dai mangimi, dai fertilizzanti…nonché il magazzinaggio, la gestione e l’eliminazione dei rifiuti.

Le azienda agricole, le imprese a monte della filiera, del mercato che interessa i prodotti alimentari sono dunque soggetti a quanto previsto dalla normativa europea e italiana per quanto riguarda la sicurezza, il controllo sull’igiene dei prodotti, il controllo sui punti di rischio.

Nell’intesa di filiera del marzo del 2013 gli agricoltori sono definiti “ circuito di biodigestori”; in realtà la produzione di energia elettrica con impianti a biogas viene considerata dal legislatore e dall’agenzia delle entrate “attività connessa all’attività agricola” e i gestori degli impianti a biogas sono agricoltori (produttori e/o operatori del settore alimentare primario) iscritti nelle camere di commercio con codici attività del settore agro-alimentare e zootecnico.

Nonostante le inequivocabili disposizioni del Ministero della salute e le succitate norme di legge, in data 15.03.2013 le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, in difformità alla normativa comunitaria e nazionale e in palese discordanza alle linee giuda del Ministero della salute del gennaio 2013, hanno sottoscritto l’intesa di filiera al fine di trovare uno sbocco commerciale al mais contaminato e di agevolarne lo scambio tra operatori del sistema mangimistico e alimentare. Infatti nonostante il chiaro divieto di  commercializzazione del mais pericoloso per la  salute pubblica, contenuto anche nelle linee guida emanate dal Ministero l’altrettanto  chiaro obbligo della sua “sottrazione” dalla catena alimentare, gli operatori del settore  mangimistico alimentare, attraverso l’intesa di filiera, hanno posto in atto il predetto scambio vietato, hanno utilizzato il mais nei processi di digestione anaerobica e hanno successivamente sparso il  digestato sui terreni, con conseguente concreto pericolo di reingresso delle sostanze  pericolose per la salute pubblica nella catena alimentare, posto che studi scientifici hanno attestato che il processo non è in grado di degradare le aflatossine presente nel mais.

La Regione Lombardia (DGR 28.2.2013 n. 4937) in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali e Dipartimento di  Scienze Veterinarie, ha approfondito l’efficacia del trattamento studiando l’effettiva degradazione delle aflatossine nei processi di digestione anaerobica che avvengono negli impianti di biogas. Le verifiche sperimentali sono state pubblicate sulla rivista Terra e  Vita n. 18/2013 e i ricercatori sono arrivati alla conclusione che a seguito del processo di digestione anaerobica del mais contaminato “..sulla base dei dati raccolti si stima  una riduzione di aflatossina in impianto di scala reale del 52 %.”



 Ciò sembrerebbe significare che il 48 % delle aflatossine presenti nel mais immesso nell’impianto non degradino e quindi permangono nel digestato ( prodotto risultante dal  processo di digestione) che viene utilizzato come fertilizzante sui campi destinati alla coltivazione di prodotti alimentari. Per tale ragione le aflatossine presenti nel digestato rientrano così nel circuito alimentare  con conseguente pericolo per la salute pubblica.
L’intesa di filiera ha altresì agevolato e consentito la commercializzazione di prodotti alimentari pericolosi per la salute pubblica, attività vietata dalla legislazione Europea e dal nostro codice penale.

Terre Nostre Lombardia ha altresì sottolineato il fatto che non risulterebbe istituito alcun idoneo controllo volto a scongiurare tutti i pericoli di contaminazione derivanti dal fatto  che i  destinatari del mais contaminato sono produttori e/o operatori del settore mangimistico e/o alimentare e spesso proprietari di allevamenti zootecnici adiacenti agli  impianti a Biogas.

A ciò aggiungasi il fatto che il mais contaminato, una volta giunto presso l’impianto di biogas, non viene immediatamente utilizzato nel processo, rimanendo invece stoccato per un tempo indeterminato magari proprio accanto alle strutture destinate al ricovero di  animali da macello o da latte oppure alle strutture di stoccaggio dei mangimi. Il pericolo di contaminazione è evidente.

Da ultimo Terre Nostre Lombardia evidenzia che l’impegno  della trasparenza al percorso del mais non conforme ai biodigestori, sottoscritto dai firmatari dell’intesa di  filiera, sembrerebbe del tutto disatteso, con conseguente aggravamento del rischio per la  salute pubblica posto che non è dato rinvenire un elenco completo ed esaustivo degli  agricoltori e degli stoccatori che hanno compravenduto l’alimento contaminato nelle tre Regioni coinvolte. 

Su diversi siti internet della Regione Lombardia, della Regione Veneto e della Regione Emilia Romagna, è possibile  reperire tre elenchi che contengono soggetti differenti.

Per tali motivi Terre Nostre Lombardia ha chiesto alle Procure interessate di svolgere specifiche indagini volte ad accertare la sussistenza del reato di adulterazione e contraffazione di alimenti in modo pericoloso alla salute pubblica nei confronti di coloro che hanno utilizzato il digestato contaminato, nonché del reato di commercio di prodotti  alimentari pericolosi ad opera di coloro che lo hanno compravenduto, tutti agevolati  dall’accordo di filiera, che tuttavia lascerebbe intravedere l’ulteriore ipotesi di reato di abuso d’ufficio.

 

Fonte: sgonfiailbiogas

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