Agricoltori che si mettono la corda al collo per impiccarsi ?

No, sono le organizzazioni agricole colluse con la speculazione industriale e finanziaria.

di 

NoBiogas

Offendere i contadini è da secoli uno sport molto in voga. Ma che si arrivi ancora nel 2013 a dipingerli come gente con l’anello al naso è inaccettabile. In Umbria gli “agricoltori” costringerebbero (alcuni hanno usato il termine “ricatto”) la regione a togliere i pochi paletti che limitano la diffusione delle biomasse (vedi articolo sotto). E’ l’interpretazione di una parte degli organi di informazione (vedi articolo di ieri ). Il quadro che viene dipinto è del tutto falso: cittadini preoccupati per la salute e il territorio contro “agricoltori”. “Agricoltori” pronti a scatenare ricorsi su ricorsi se la regione osa mettere – come richiesto dai cittadini – qualche paletto per fermare la voglia di ogni singolo agricoltore umbro di farsi la biogas anche a costo di metterle sotto la casa dei vicini.

Non è vero niente. Chi spinge per il biogas (vale in Umbria come in tutte le regioni) è una cupola di imprenditori agricoli o pseudo imprenditori agricoli, fortemente legata a interessi industriali e finanziari, ben accreditati presso il sistema politico, imprenditori singoli, società o coop (queste ultime attivissime nella partita nelle regioni rosse). La stragrande maggioranza degli agricoltori è imbestialita per le conseguenze della proliferazione delle centrali che bruciano o fanno marcire prodotti agricoli.

Ieri mentre una delegazione dei comitati (definiti molto impropriamente “ambientalisti” nell’articolo) ha incontrato il presidente del consiglio regionale e alcuni consiglieri. Non tanto per spontanea benevolenza quanto perché era in atto un sit in dei Comitati  fuori della sede del consiglio.

NoBiogas

Molto emblematicamente nello stesso  all’Università di Perugia (un “covo” di biomassisti/biogasisti a giudicare dalla presenza di Centri studi sul tema e dal forte orientamento della ricerca in materia) veniva inaugurato un corso per per “Tecnico per la conduzione di impianti agroenergetici”, proposto dalla Cia alla Regione dell’Umbria. Il corso era presentato da una “lezione” di Marino Berton, Presidente di Aiel – associazione promossa dalla  Confederazione italiana Agricoltori – per dare impulso alle energie rinnovabili di origine agricola e forestale (e non lasciare il monopolio di questo torbido business alla Confagricoltura con la sua associazione di categoria Agroenergia).

Le motivazioni sono le solite: l’agricoltura è in crisi e quersto è uno dei pochi mercati che tirano. In realtà a parte pochi agricoltori che sono in grado di saltare sul carro del business gli altri (la gran parte vedono nel biogas un ulteriore fattore di criticità in conseguenza dell’aumento dei costi degli affitti, dei foraggi, dell’acqua di irrigazione).  Forse si potrebbe dire di salire su una scialuppa di salvataggio con pochi furbi contribuendo a fare affondare la nave con i veri agricoltori.

Come abbiamo avuto più volte modo di sostenere dietro la strategia delle biomasse/biogas ci sono dei disegni molto pericolosi:

1) mettere in crisi gli agricoltori, costringendoli a cedere le aziende alle società finanziarie e al tempo stesso compromettere la sicurezza alimentare aumentando la dipendenza dall’import  dal commercio internazionale delle principali derrate agricole controllato da poche multinazionali;

2) accentuare l’integrazione della produzione agricola annullandola all’interno del meccanismo tecnoindustriale dal momento che nelle centrali l’agricoltore – meglio ex-agricoltore – diventa una specie di rentier che si limita a computare quanto finisce nei digestori mentre i campi li coltivano i terzisti e la centrale la gestiscono i tecnici delle società che offrono i servizi chiavi in mano di assistenza

3) costituire una capillare rete di smaltimento di rifiuti di ogni tipo sottraendo il loro destino ad ogni controllo e creando i presupposti di un mega ecobusiness per le mafie di ogni tipo.

In tutti questi meccanismi molti sono i soggetti allettati dentro industrie, società di consulenza, università, cooperative, intermediari finanziari, politica, ecc. Che gli agricoltori, però, siano tutti contenti di mettersi una corda al collo non pare proprio credibile. E il fatto che le “organizzazioni professionali agricole” si facciano esse stesse promotrici della proliferazione delle biomasse la dice tutta sulla natura di un meccanismo di rappresentanza che marca la mancata autonomia sociale dei produttori agricoli, la loro subalternità ad interessi esterni e spesso contrapposti ai loro ma che coincidono con le cupole e le strutture burocratiche delle OOPPAA (con qualche differenza tra loro, ma senza che la sostanza sia diversa). Tutto ciò è dimostrato anche dal fatto che se CIA e Confagricoltura prendono a livello nazionale e regionale aperte posizioni pro biogas/biomasse la Coldiretti tenta, come suo solito, di tenere il piede in due scarpe.

La battaglia dei Comitati, però, è apertamente pro agricoltura, pro una agricoltura di aziende legate al territorioalle quali garantire un futuro, aziende in rete con consumatori, operatori turistici, artigiani alimentari, non con i mercanti di rifiuti e di ambigue tecnologie pseudo green. I Comitati non a caso di chiamano TERRE NOSTRE (nome adottato a livello nazionale e in alcune regioni come Umbria e Marche). Il Biogas uccide le relazioni virtuose tra agricoltura e comunità locali, mette una pseudoagricoltura contro il territorio, sottrae terra alla produzioni tipiche, uccide paesaggio, tradizioni culture agroalimentari.  Le OOPPAA veri maestri di opportunismo quando fa comodo, quando c’è da monopolizzare risorse, progetti, iniziative proclamano di essere anc’esse per una agricoltura sostenibile, territoriale. ecc. ecc. Ma chi è per il biogas non può essere per queste cose.

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