Galatone, dossier in procura sulla centrale a biogas: accuse confermate

Monica Valente

(03.04.14) GALATONE (Lecce) – È arrivata ad un punto di svolta l’inchiesta sulla centrale a biogas di Galatone finita sotto i riflettori della Procura di Lecce per presunti illeciti di natura ambientale ed edile. Nei giorni scorsi, gli uomini del Nipaf (Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale) del Corpo forestale dello Stato e dalla Polizia Provinciale hanno depositato l’informativa finale al sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone. Si tratta quindi dell’ultimo capitolo del fascicolo aperto dopo gli esposti di cittadini e ambientalisti che lamentavano la presenza di odori nauseabondi, costati a qualcuno persino la corsa al pronto soccorso. La relazione (di trenta pagine, esclusi gli allegati) non contiene buone notizie per la “Renewable Energy srl”, con sede legale a Lecce, di cui sono indagati i fratelli Giuseppe e Michele Giliberti, di 44 e 43 anni di Lecce, il primo progettista e direttore dei lavori, il secondo rappresentante legale fino al 2 maggio del 2013, e l’attuale titolare Giorgio Gemma, 50 anni, di Latiano (Brindisi).

Le accuse restano infatti le stesse che lo scorso 25 luglio portarono gli investigatori (coordinati dall’ispettore Antonio Panzera) a sequestrare l’impianto (sul quale sono tuttora affissi i sigilli della Procura) della potenza di 854, 70 Kw situato nella zona industriale, in località “Le Rose”, ad un paio di chilometri dai centri abitati di Galatone e Nardò.
Stando alle indagini, la società nella fase di precollaudo avrebbe smaltito rifiuti in modo illecito, perché sprovvista dell’autorizzazione unica regionale obbligatoria per i nuovi impianti. Oltre alle biomasse (mais, triticale, loietto o grano), infatti, sarebbe stato impiegato anche il “digestato liquido”, una sostanza che essendo classificata come rifiuto rendeva necessaria anche l’autorizzazione per le emissioni in atmosfera. Che la Renawable ha poi ottenuto a gennaio dalla Provincia di Lecce (con la determina firmata dal dirigente Dario Corsini), ma che il Comune di Nardò ha impugnato dinanzi al Tar.

Lo scontro quindi si è riaperto sul fronte amministrativo. Ma è sul piano penale che si gioca la partita più importante: al vaglio del sostituto Mignone c’è la richiesta di dissequestro firmata dall’avvocato Luigi Quinto.

Oltre alle violazioni ambientali, in testa ai fratelli Giliberti ci sono anche i reati di tentata truffa e falsità ideologica in atto pubblico. In particolare, per aver comunicato (il 15 aprile) all’Enel Distribuzione Spa e (il 16 maggio) al Gse che l’opera era stata ultimata in conformità al progetto ed era entrata in funzione il 24 aprile, nel tentativo (ipotizzano gli inquirenti) di beneficiare dei contributi previsti per gli impianti entrati in funzione prima del 30 aprile.

Giovedì 03 Aprile 2014

 

Fonte: Quotidianodipuglia.it

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