Piano speciale di controlli sull’impianto di biogas con PCB nel digestato.

Il Comune si rivolge all’Arpav ma c’è qualcosa che non va nei controlli

LIMENA (05.05.2013) . Il Comune di Limena ha emesso un’ordinanza per obbligare la ditta Tosetto a “mettere in sicurezza” (espressione che suona strana e beffarda in questo caso) il proprio impianto di biogas, dopo che l’Arpav aveva trovato nei fanghi di lavorazione delle sostanze altamente inquinanti (PCB, parente della diossina). L’episodio è finito sui banchi del consiglio comunale, tramite un’interrogazione delle minoranze e la cittadinanza è preoccupata. Non solo, ma si preoccupano anche gli abitanti di San Foca del Friuli dove esiste una centrale gemella gestita da una ditta collegata a quella padovana. L’impianto è alimentato da reflui zootecnici e biomasse vegetali ma durante alcuni controlli, a settembre dello scorso anno e a febbraio dell’anno in corso, l’Arpav che aveva trovato i Policlorobifenili nel digestato solido e liquido all’interno delle vasche di stoccaggio non li ha stranamente trovati nel letame e nell’insilato di mais utilizzati per l’alimentazione dell’impianto. Da dove vengono i PCB? La ditta ha messo in giro la voce del “sabotaggio”. Un diversivo molto osè. Il Comune ha pertanto ordinato alla ditta di smaltire il digestato ma le minoranze de “Il Ponte-Insieme per Limena” hanno chiesto spiegazioni e ulteriori informazioni durante l’ultimo consiglio comunale. Alla loro interrogazione, l’assessore all’Ambiente Maurizio Martinello ha risposto, rassicurando che la ditta ha messo in sicurezza il materiale contaminato e che provvederà a presentare un piano di indagini ambientali, che definisca l’entità della contaminazione, finora rilevata soltanto all’interno dell’impianto di depurazione. L’Arpav presenzierà alle operazioni di indagine. Ma cosa significa “presenziare”? Altra questione è il motivo per cui si è intervenuto dopo mesi dalla prima rilevazione della presenza delle sostanze inquinanti. E’ lecito sapere dall’Arpa se i digestati contaminati sono stati sparsi prima della “messa in sicurezza”.Il sospetto è che chi – parliamo in generale – gestisce questi impianti lo fa attratto dalla convenientissima speculazione e senza tanti scrupoli e che accetti offerte di biomasse di dubbia provenienza. Gli agricoltori (che a volte fanno solo i prestanome di società finanziarie) fanno spesso fatica a gestire digestori sovradimensionati e perennemente affamati . Forse qualcuno sa che il materiale graziosamente offerto sottobanco può essere inquinato ma non ha interesse a porsi troppi interrogativi. “Tutto fa brodo” è lo slogan dei biomassisti. Tutto si converte in denaro frusciante, la merda e … i veleni.

di Michele Corti

Fonte: http://sgonfiailbiogas.blogspot.it

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